Per una memoria militante di Maria Chindamo
Il 6 maggio 2016 veniva barbaramente uccisa l'imprenditrice Maria Chindamo, per aver sfidato gli interessi della cosca Mancuso e il sistema mafioso-patriarcale imperante.
La sua colpa, in una terra di ndrangheta: gestire in autonomia i propri terreni, ambire alla felicità e all'emancipazione dal contesto mafioso dopo il suicidio del marito, progettare da vedova il matrimonio con un poliziotto.
Questa condotta era inaccettabile e doveva essere punita nel più brutale dei modi, fino a vilipendere ferocemente il corpo di Maria e privare la famiglia persino del diritto alla sepoltura.
Grazie all'impegno del fratello Vincenzo Chindamo (@vincenzochindamo), che ho avuto l'opportunità di conoscere già il 18 gennaio scorso durante un'iniziativa dell'ANPI Condò, la sua morte non è stata vana.
Con una serenità d'animo e una lucidità esemplare, Vincenzo ha trasformato il dolore in opportunità di riscatto, memoria e militanza per la collettività.
In un momento storico in cui la lotta antimafia ha perso di priorità, tra attacchi alla magistratura e ingenui garantismi verso la criminalità organizzata, esserci era ancora più importante.
Ricordare Maria significa anche valorizzare il nostro territorio e riconoscere la resistenza che qui si è fatta contro la ndrangheta.
Da questa barbarie, la ndrangheta ne è uscita sconfitta: l'operazione Maestrale-Carthago seguita dalla più vasta operazione Rinascita-Scott, nonostante il fango mediatico contro il procuratore Gratteri e le diverse assoluzioni e prescrizioni, ha decapitato la cosca Mancuso rappresentando uno dei momenti più alti nel contrasto alle mafie.
Esserci sempre, ora più che mai, a fianco di chi come Maria Chindamo ha contrastato l'arroganza mafiosa con dignità e coraggio.